Cannabis terapeutica «militare»: é partita la sperimentazione

È ufficialmente partita la sperimentazione della cannabis terapeutica di Stato: venerdì scorso le prime ottanta talee di canapa sono state prelevate nella sede distaccata di Rovigo del Centro di ricerche per le colture industriali (CRA-CIN, ministero per le Politiche agricole), l’unico in Italia in grado di produrre cannabis a uso medico in ambiente indoor e uno dei più quotati a livello internazionale nella ricerca sulla canapa. I militari dello Stabilimento Chimico Farmaceutico di Firenze individuato come sede della sperimentazione nazionale, in base all’accordo di collaborazione siglato il 18 settembre scorso tra i ministeri della Salute e della Difesa, hanno portato le piantine nell’ambiente attrezzato per la loro crescita in un seminterrato della struttura. Una volta a regime e superati tutti i controlli previsti, dallo Stabilimento dovrebbero uscire i 100 chilogrammi di cannabis terapeutica l’anno stimati come fabbisogno nazionale (56 i chilogrammi importati nel 2014).

Il vivaio miniaturizzato

La serra pilota è pronta e in funzione. Il colonnello Antonio Medica, direttore dello Stabilimento,apre per la prima volta il “vivaio miniaturizzato” ad un giornale. Dopo aver sostato con le scarpe su un tappetino anti-contaminante, si indossano camice e soprascarpe, attraverso una porta munita di feritoia si entra in un anticamera che ospita il vano tecnico della serra. Tra i militari addetti si scherza un po’ sulla necessità di seguire tutte le procedure alla perfezione, pena “un biglietto di non ritorno per la Libia” . La tensione però è palpabile. Tutti sanno di avere gli occhi del mondo puntati addosso (anche l’emittente araba Al Jazeera ha chiesto di realizzare un servizio) e il minimo errore potrebbe costare molto caro.

All’interno, in camice e mascherina

«Qui c’è un pre-trattamento dell’acqua di rete e una centralina computerizzata in base alla ricetta prepara la soluzione nutritiva per alimentare le piante. In questa fase le piantine vengono annaffiate manualmente da un operatore con un bicchierino dosato. Quando arriveranno a una fase più avanzata di crescita ci sono già pronti gli aghi che vengono messi nei vasi e con una pompa di diffusione verrà dosata il quantitativo di soluzione». In alto alcuni tubi convogliano e filtrano l’aria che non deve contenere sostanze inquinanti. Il locale della serra vera e propria è un quadrato di circa 4 metri per 4, dove i vasi con le talee sono appoggiate su un pavimento sopraelevato in legno e “scaldate” dalla luce giallognola delle lampade a 600 Watt che forniscono 25 mila lux, in ambiente ad umidità e temperatura costante. L’accesso alla stanza richiede un ulteriore cambio di indumenti: gli operatori gettano il primo camice e le soprascarpe e indossano tuta, guanti di lattice, mascherina, cuffia e soprascarpe nuovi. « A regime ci saranno 48 piante — continua il colonnello Medica — , perché in questa prima fase è previsto che ne possa morire una certa percentuale. Quindi si parte con un numero maggiore e quando avranno superato questa fase di assestamento di circa 20 giorni sarà fatta la cernita di quelle più in salute mentre le altre saranno smaltite ovviamente come sostanze stupefacenti secondo la normativa vigente».

La fase di sviluppo delle piante

A quel punto incomincia la fase di sviluppo vere a propria che dovrebbe durare complessivamente dai 110 ai 120 giorni che è il periodo in cui si ha lo sviluppo e la maturazione dell’infiorescenza e si arriva all’apice del contenuto attivo. Poi viene fatto il raccolto, il resto della pianta sarà smaltita e il secondo ciclo sarà fatto con piante nuove. «Questi sono tutti cloni, perché la produzione farmaceutica richiede una standardizzazione — dice il direttore — . Partiamo dalle stesse piante -madre per avere la certezza di avere alla fine un prodotto omogeneo. È una varietà particolare che ci ha fornito il Centro di Rovigo, simile al Bediol importato dall’Olanda dal punto di vista dei principi attivi che contiene circa il 5-6% di Thc (tetraidro cannabinolo) e altrettanto di Cbd (cannabidiolo)».

Dopo l’estate, partirà la produzione industriale

Alla fine del ciclo di produzione sperimentale si passerà alla produzione industriale vera e propria. «Non è una perdita di tempo perché senza questo passaggio non possiamo completare la documentazione che serve al Ministero della Salute per valutare e attribuire a noi l’autorizzazione alla fabbricazione del prodotto per uso farmaceutico — racconta il colonnello Medica — . Adesso siamo autorizzati alla produzione a fini sperimentali. Tutta l’esperienza ci serve per testare la tecnologia e le procedure che serviranno poi alle serre più grandi che saranno “multipli” di questa. Tutta la fase di raccolta viene monitorizzata dal controllo qualità del nostro laboratorio di analisi perché siamo obbligati a fare dei controlli analitici sia si natura chimica (titolo dei principi attivi, se ci sono sostanze secondarie non consentite)che microbiologico perché trattandosi di un prodotto ad uso medicinale dobbiamo garantire che non ci siano batteri, muffe, virus». Intanto grazie al campione di 2 chilogrammi di prodotto messo a disposizione dal CRA-CIN di Rovigo (il responsabile del centro, Gianpaolo Grassi, e il suo staff affiancano i militari passo dopo passo) si stanno affinando le tecniche analitiche. «Entro l’estate contiamo di arrivare alla fine di questa prima fase e l’obbiettivo è di arrivare alla fine del 2015, massimo i primi mesi del 2016 ad avere il prodotto finito ricavato però dalle serre industriali in quantità consistenti — dice il direttore — . Ogni pianta può produrre dai 30 agli 80-100 grammi dobbiamo capire quanto riusciamo a tirarne fuori. Partiamo dai famosi 30 grammi l’anno per paziente, quindi i 100 chilogrammi. Attualmente non sappiamo neanche bene il quantitativo da garantire mensilmente, e se dovremmo partire al più presto anche con la coltivazione dell’altro tipo di pianta analogo del bedrocan che adesso importiamo dall’Olanda».

Quattro ministeri coinvolti

Nello stabilimento sulla collina di Rifredi, cercano di accelerare i tempi senza però illudere nessuno e soprattutto stando attenti ad osservare ogni passaggio nei minimi dettagli. Le amministrazioni coinvolte e interessate, infatti, adesso sono quattro: ai ministeri della Difesa, della salute e delle Politiche Agricole (oltre che all’Agenzia italiana del farmaco) si è aggiunto anche il ministero dell’Interno «che ha le sue competenze nell’ambito delle politiche antidroga e quindi di controllo su quanto stiamo facendo », sottolinea il generale Giocondo Santoni, responsabile della Business Unit di Firenze, che fa parte dell’ Agenzia industrie difesa (AID). «Il Gruppo di lavoro ha fatto passi importanti per la definizione del progetto compreso le autorizzazioni ottenute per installare la serra pilota e quindi potere poi procedere alla coltivazione. La prima serra da 50 metri quadri per l’estate dovrebbe essere pronta e quindi iniziare una coltivazione su scala giù industriale a quel punto. La distribuzione potrà avvenire anche con quantitativi minori entro la fine dell’anno. Sono cauto perché ce la stiamo mettendo tutta per anticipare ma non vogliamo illudere nessuno» . E si intravede anche uno sviluppo interessante nel campo della ricerca per validare l’efficacia della cannabis per alcune patologie: « I trial clinici sono stati auspicati in un contesto importante come il Consiglio Superiore di Sanità — dice il generale Santoni — . Certo che essendoci una carenza di dati sull’efficacia dei prodotti a base di cannabis, anche a livello internazionale, sarebbe auspicabile progettare una sperimentazione clinica in termini più scientifici e fondati ».

La polemica in Veneto

Intanto non si placano in Veneto le polemiche sulle contraddizioni dei decreti attuativi della legge regionale del 28 settembre 2012 sui farmaci a base di cannabis, che hanno gettato nello sconforto i pazienti e hanno spinto una ventina tra associazioni attiviste nel campo della cannabis terapeutica, medici e specialisti italiani ed europei a lanciare un appello perché la delibera venga corretta. «La prescrivibilità secondo il Servizio Sanitario Regionale è prevista in un solo caso. In pratica non si è fatto altro che prendere le indicazioni di un farmaco a base di cannabis registrato, il Sativex, previsto per gli spasmi nella sclerosi multipla resistenti a tutti i farmaci e su indicazione solo degli specialisti neurologi, e trasferirle alle infiorescenze (farmaco galenico), che vengono indicate, guarda caso, esclusivamente negli spasmi da lesione midollare resistenti a tutti i farmaci e sempre su indicazione solo di specialisti neurologi — scrivono i firmatari —. Ma la registrazione del Sativex corrisponde solo a scelte di marketing dell’azienda produttrice, che ha deciso di puntare le sue sperimentazioni (sappiamo quanto enormemente costosi sono gli studi clinici sui farmaci) su tale patologia. Peraltro il Sativex in Canada è ufficialmente registrato anche per il dolore da cancro. A quanto pare i malati di cancro canadesi sono diversi da quelli veneti». « Inoltre i criteri regionali prevedono che i cannabinoidi debbano essere impiegati solo su pazienti che non rispondono a tutti gli altri farmaci miorilassanti, cioè contro gli spasmi — aggiungono — . Ma, ecco la contraddizione, devono essere usati “in associazione ai miorilassanti”. Ma se per definizione questi non funzionano, perché continuare a somministrarli? Spetterà bene al medico curante se farlo o no, altrimenti chi risponderà di possibili interazioni od effetti collaterali dovuti a una, incongrua, somministrazione contemporanea? Il medico o un funzionario della Regione?».

Dubbi sulla protezione della privacy

«Le leggi nazionali prevedono poi che la prescrizione (richiesta di importazione, trattandosi di farmaci non ancora prodotti in Italia) venga fatta su un modulo, redatto dal Ministero, totalmente anonimo : — fanno presente i firmatari — . Anche le prescrizioni a carico del malato, cioè le ricette “bianche”, secondo la legge 94/98 (cosiddetta Legge “Di Bella”) sono anonime, e non devono riportare il nome del malato, ma solo un “codice alfanumerico”, che rimanda a un registro personale tenuto dal curante. Le direttive regionali con il motivo, peraltro legittimo, di monitorare l’uso di questi farmaci, prevedono invece che i medici che prescrivono debbano inviare alla Regione dei moduli non solo con le loro generalità, ma anche con nome, cognome, data di nascita, codice fiscale e patologia del malato! Alla faccia delle leggi sulla privacy! Quindi un malato non solo dovrà pagarsi il farmaco di tasca sua, anche se magari ha un cancro terminale, ma dovrà spiattellare i suoi dati pubblicamente. Perché fornire queste informazioni sensibili a qualche oscuro funzionario regionale? Fortunatamente l’originale legge regionale, peraltro buona, non prevede sanzioni, per la qual cosa riteniamo che queste direttive resteranno in gran parte disattese».

Il confronto con la Toscana

Facendo un confronto con i decreti attuativi della Legge regionale Toscana sulla stessa materia, poi, si scopre che i “comitati di esperti” delle due regioni hanno utilizzato in sostanza le stesse fonti di letteratura scientifica e studi clinici, per arrivare a conclusioni differenti per quanto riguarda il campo di utilizzo delle sostanze a base di cannabis. «In Veneto — sottolinea Francesco Crestani, anestesista e presidente dell’Associazione cannabis Terapeutica — non hanno considerato neppure le Linee Guida della Società europea di neurologia pubblicate già nel 2010 sullo European Journal of Neurology sottoscritte da tutte le Società europee di neurologia , sul trattamento del dolore neuropatico in cui per esempio la cannabis viene considerata avere maggiore evidenza, facendo una revisione di tutti gli studi fatti fino al 2010, rispetto agli altri farmaci come terapia al dolore neuropatico da sclerosi multipla». In Toscana, invece, oltre alle indicazioni terapeutiche previste a livello nazionale per il Sativex , gli esperti del Consiglio Sanitario regionale dopo avere analizzato per un anno la letteratura scientifica internazionale hanno ammesso l’utilizzo delle infiorescenze della canapa (bedrocan, bediol, bedrobinol e bedica) anche per il dolore oncologico resistente ad altri oppioidi, il dolore neuropatico resistente ad altri oppioidi e la sindrome di Gilles De La Tourette. «Stiamo vedendo se è il caso di aggiungere anche una quarta indicazione, cioè il vomito indotto da chemioterapia», aggiunge Antonio Panti , presidente “operativo” del Consiglio Sanitario Regionale della Toscana e presidente dell’Ordine dei medici di Firenze.

Interpretazione più «aperta» alla sperimentazione

Toscana più di “manica larga” rispetto al Veneto? «No, perchè spesso anche la scelta ha un suo margine di interpretazione —spiega Panti — . Noi abbiamo letto i risultati della letteratura scientifica in modo da potere consentire una sperimentazione più vasta di un farmaco innovativo. In effetti in tutto il mondo in questo momento c’è un movimento nella scienza di utilizzo un po’ maggiore di questa sostanza, anche se dobbiamo ricordarci che è un farmaco di seconda scelta , non è un farmaco toccasana come a volte certi farmacologi radicaleggianti sostengono . È un farmaco che, quando un medico arriva a prescrivere, ha già usato altri farmaci che di solito danno maggiori risultati. Noi in realtà abbiamo dato un’interpretazione un po’ più aperta rispetto al Veneto, però ragionata attraverso un parere scientifico» . Così non si finisce per creare una disparità di trattamento fra i cittadini? Non varrebbe la pena di uniformarle? «Il discorso andrebbe fatto al ministero, ma il problema è che il ministero più delle regioni risente delle visioni ideologiche che in Italia sono particolarmente pesanti. Noi abbiamo interpretato in modo che a noi sembra assolutamente incontrovertibile. Siamo certi di questa interpretazione».

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